Quando due persone dibattono, possono fare ricorso a tutta una serie di espedienti retorici per convincere chi assiste della bontà delle proprie ragioni. Non sempre, però, questi espedienti sono logicamente corretti, in quanto contengono un errore concettuale: il loro denominatore comune è quello di non affrontare il merito della questione, ma di accattivarsi la ragione su un altro terreno di scontro.
Uno dei più classici è la delegittimazione, detto anche argumentum ad hominem, attraverso il quale si scredita una tesi attaccando non la sua verità, bensì la persona che la pronuncia.
Sappiamo bene che il sole sorge ad Est (ed ogni giorno, come ci ha ricordato l'Abbronzato), ma se per assurdo volessimo contestare tale affermazione ci troveremmo privi di argomenti validi, per cui dovremmo ricorrere a una delle fallacie del discorso logico: ad esempio, sostenendo che chi ha detto che il sole sorge ad Est è un imbecille e quindi dice solo fesserie. Proprio nel caso specifico, è ben evidente il limite intrinseco di questo modo di argomentare, che non solo manca di cogliere il nucleo della questione, ma degrada e mortifica il livello del dibattito.
Ovviamente, di tale argomento si fa pieno uso nella vita quotidiana, visto che è molto più facile insultare una persona o quantomeno screditarla che non ribattere a quanto sostenuto. In linea generale, dunque, bisognerebbe evitare di attaccare chi ragiona, per concentrare le nostre attenzioni sul ragionamento.
Anche un fesso, in fin dei conti, per la legge dei grandi numeri, prima o poi dirà qualcosa di giusto.
In che misura tutto questo c'entra col referendum di domenica e con la mia decisione?
C'entra, c'entra.
mercoledì 30 novembre 2016
martedì 29 novembre 2016
Requiem per la sinistra
Avevo in mente questo pensierino già da diversi giorni, poi s'è messa di mezzo pure la morte di Fidel Castro. Seppur alla lontana, è l'inizio di quanto avevo annunciato e, in un primo momento, disatteso.
A partire dalla disgregazione dell'Unione Sovietica e, di conseguenza, dal superamento delle ideologie totalitarie del Novecento sul suolo europeo, lo scenario politico è mutato. L'evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione ha subito, negli ultimi venticinque anni, un'impennata brusca e mai registrata prima; contemporaneamente, i partiti hanno effettuato una sorta di traslazione sul piano orizzontale, senza combaciare più con gli accoppiamenti che esistevano durante la guerra fredda: mi riferisco alla loro offerta politica e ai loro interlocutori, il loro elettorato di riferimento.
Per semplicità, si può rappresentare lo scontro politico come una mischia del rugby, dove i giocatori delle due squadre spingono, tutti insieme, per far indietreggiare l'avversario e guadagnare terreno verso la linea di meta. Il capolavoro si raggiunge quando si riesce a far spostare la mischia avversaria su un lato, liberando campo aperto alle sue spalle. Questo è più o meno quello che è accaduto alla sinistra a livello europeo: dopo decenni di dura lotta, ha iniziato ad accusare qualche acciacco. Forse stanca per le troppe mazzate prese, forse non più desiderosa della prima linea, ha messo meno energia nei contrasti, nella mischia, volgendo la propria attenzione verso altri soggetti: i partiti che erano il punto di riferimento delle masse di lavoratori hanno cominciato a fare gli occhi dolci a chi una volta era, in qualche modo, il nemico. Banche, istituzioni, fondi d'investimento, fondazioni, questi sono diventati i nuovi interlocutori della sinistra dopo la caduta del Muro. Proprio come nel rugby, non si sono accorti che alle loro spalle non c'era nessuno a difendere il campo, così altri partiti si sono infilati in quello spazio e lo hanno fatto loro. Non si chiamano più partiti di massa, ora vengono definiti populisti, ma nella sostanza poco è cambiato.
Una volta morto il comunismo, si può dire altrettanto delle esigenze che avevano portato alla sua nascita? Seppur superata l'età delle ideologie, è lecito affermare con sicumera che queste non troverebbero più spazio nella società contemporanea? Il superamento di determinati modelli è dato innanzitutto dal mancato raggiungimento degli obiettivi che questi si erano prefissati, però non sono venuti meno i loro presupposti, tanto che è bastato modificare l'approccio per giungere alla loro evoluzione, benché sotto mutate spoglie.
A partire dalla disgregazione dell'Unione Sovietica e, di conseguenza, dal superamento delle ideologie totalitarie del Novecento sul suolo europeo, lo scenario politico è mutato. L'evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione ha subito, negli ultimi venticinque anni, un'impennata brusca e mai registrata prima; contemporaneamente, i partiti hanno effettuato una sorta di traslazione sul piano orizzontale, senza combaciare più con gli accoppiamenti che esistevano durante la guerra fredda: mi riferisco alla loro offerta politica e ai loro interlocutori, il loro elettorato di riferimento.
Per semplicità, si può rappresentare lo scontro politico come una mischia del rugby, dove i giocatori delle due squadre spingono, tutti insieme, per far indietreggiare l'avversario e guadagnare terreno verso la linea di meta. Il capolavoro si raggiunge quando si riesce a far spostare la mischia avversaria su un lato, liberando campo aperto alle sue spalle. Questo è più o meno quello che è accaduto alla sinistra a livello europeo: dopo decenni di dura lotta, ha iniziato ad accusare qualche acciacco. Forse stanca per le troppe mazzate prese, forse non più desiderosa della prima linea, ha messo meno energia nei contrasti, nella mischia, volgendo la propria attenzione verso altri soggetti: i partiti che erano il punto di riferimento delle masse di lavoratori hanno cominciato a fare gli occhi dolci a chi una volta era, in qualche modo, il nemico. Banche, istituzioni, fondi d'investimento, fondazioni, questi sono diventati i nuovi interlocutori della sinistra dopo la caduta del Muro. Proprio come nel rugby, non si sono accorti che alle loro spalle non c'era nessuno a difendere il campo, così altri partiti si sono infilati in quello spazio e lo hanno fatto loro. Non si chiamano più partiti di massa, ora vengono definiti populisti, ma nella sostanza poco è cambiato.
Una volta morto il comunismo, si può dire altrettanto delle esigenze che avevano portato alla sua nascita? Seppur superata l'età delle ideologie, è lecito affermare con sicumera che queste non troverebbero più spazio nella società contemporanea? Il superamento di determinati modelli è dato innanzitutto dal mancato raggiungimento degli obiettivi che questi si erano prefissati, però non sono venuti meno i loro presupposti, tanto che è bastato modificare l'approccio per giungere alla loro evoluzione, benché sotto mutate spoglie.
lunedì 28 novembre 2016
Lindor
Avevo effettivamente promesso di iniziare a spiegare il complesso percorso che mi ha condotto a prendere una decisione su cosa votare al famoso referendum che si terrà il prossimo 4 dicembre.
Ciò non sarebbe però possibile senza una doverosa premessa, che voglio dedicare al motore immobile del mio universo: i Lindor della Lindt. Azzerano qualsiasi capacità di resistenza, annichiliscono ogni difesa, sono più letali di Ronaldinho, Eto'o e Messi. Vincono sempre loro. Risulta importante, tuttavia, ricordare che i Lindor ci pongono spesso di fronte ad un annoso problema, che neppure numerose commissioni di inchiesta parlamentare sono mai riuscite a risolvere fino in fondo: come si mangiano i Lindor? Vanno lasciati sciogliere in bocca, affinché la copertura si squagli dolcemente sul nostro palato e lasci poi spazio all'incommensurabile gioia del ripieno, oppure bisogna addentarli e giungere subito alla sua parte più nobile?
La soluzione adottata ricorda molto quella che prese Alessandro Magno dinanzi al celebre Nodo di Gordio: se ne mangiano due, in uno modo e uno nell'altro.
Ciò non sarebbe però possibile senza una doverosa premessa, che voglio dedicare al motore immobile del mio universo: i Lindor della Lindt. Azzerano qualsiasi capacità di resistenza, annichiliscono ogni difesa, sono più letali di Ronaldinho, Eto'o e Messi. Vincono sempre loro. Risulta importante, tuttavia, ricordare che i Lindor ci pongono spesso di fronte ad un annoso problema, che neppure numerose commissioni di inchiesta parlamentare sono mai riuscite a risolvere fino in fondo: come si mangiano i Lindor? Vanno lasciati sciogliere in bocca, affinché la copertura si squagli dolcemente sul nostro palato e lasci poi spazio all'incommensurabile gioia del ripieno, oppure bisogna addentarli e giungere subito alla sua parte più nobile?
La soluzione adottata ricorda molto quella che prese Alessandro Magno dinanzi al celebre Nodo di Gordio: se ne mangiano due, in uno modo e uno nell'altro.
domenica 27 novembre 2016
Marketing puro
Non è affatto vero che io non sappia cosa votare al referendum, la decisione l'ho presa da un po' di tempo. Spiattellarla subito, però, offrirebbe il fianco alla stessa critica che fece Hegel all'infinito di Schelling: la notte in cui tutte le vacche sono nere, ossia dove non si capisce una mazza, e vi giungerei allo stesso modo, cioè con un colpo di pistola, senza mostrare il ragionamento che vi è dietro. Magari non per forza ragionamento, ma per lo meno il percorso.
Oltretutto, se andassi dritto alla conclusione, la gente finirebbe col concentrarsi sull'esito finale e nel tentativo di ricondurlo a posizioni già delineate da altre persone. Posso invece andar fiero di votare su motivazioni esclusivamente mie, personali, che nulla hanno a che vedere con gli schieramenti in campo. O meglio, ci sono dei legami, ma non ho scelto uno dei due ritenendo migliori le loro motivazioni.
Il punto di partenza è un post che pubblicherò domani perché, si sa, il lunedì attira consensi e visualizzazioni. La domenica sera di fine novembre richiama invece copertina e serie tv, meglio non frapporsi.
Anche il pensierino si piega al marketing.
Oltretutto, se andassi dritto alla conclusione, la gente finirebbe col concentrarsi sull'esito finale e nel tentativo di ricondurlo a posizioni già delineate da altre persone. Posso invece andar fiero di votare su motivazioni esclusivamente mie, personali, che nulla hanno a che vedere con gli schieramenti in campo. O meglio, ci sono dei legami, ma non ho scelto uno dei due ritenendo migliori le loro motivazioni.
Il punto di partenza è un post che pubblicherò domani perché, si sa, il lunedì attira consensi e visualizzazioni. La domenica sera di fine novembre richiama invece copertina e serie tv, meglio non frapporsi.
Anche il pensierino si piega al marketing.
venerdì 25 novembre 2016
Nomi vecchi
Bisogna evitare di fare esempi, ché in un attimo la gente potrebbe risentirsi. Tuttavia, è innegabile che esistano alcuni nomi che sui bambini stonano. Sanno già di vecchio. Nel momento in cui si chiama un infante con quel nome, maschio o femmina che sia, viene automatico pensare che ci si stia rivolgendo a un adulto, o perlomeno a una persona che abbia già una trentina d'anni. Sul fatto che a trent'anni si possa non essere ancora adulti mi riservo di ritornare in separata sede.
Appartengo a quella categoria di bambini che hanno rischiato, almeno secondo gli aneddoti genitoriali, di ritrovarsi con un nome impresentabile; talmente grottesco che mi rifiuto persino di dirlo, ma sono abbastanza sicuro che mi avrebbe causato molte più prese in giro di quelle comunque ricevute durante la mia infanzia. Per questo motivo, sono piuttosto sensibile sul tema: perché affibbiare alla propria innocente creatura un nome che sa già di stantio, di vecchio, di vetusto, di stanco, di affaticato, che porta con sé le occhiaie, acciacchi, che implica esperienza, conoscenza del mondo, magari anche autorevolezza, tutte caratteristiche che non si possono certo ritrovare in un bambino.
Per contro, si potrebbe obiettare, se uno scegliesse solo i nomi che stanno bene sugli infanti, la rosa dei nomi s'impoverirebbe notevolmente, senza contare che poi magari questi nomi finiscono per stonare una volta adulti. Forse sì.
Ma resto dell'idea che sia meglio preservare l'infanzia.
Date un nome giovane e fresco a chi viene al mondo.
Appartengo a quella categoria di bambini che hanno rischiato, almeno secondo gli aneddoti genitoriali, di ritrovarsi con un nome impresentabile; talmente grottesco che mi rifiuto persino di dirlo, ma sono abbastanza sicuro che mi avrebbe causato molte più prese in giro di quelle comunque ricevute durante la mia infanzia. Per questo motivo, sono piuttosto sensibile sul tema: perché affibbiare alla propria innocente creatura un nome che sa già di stantio, di vecchio, di vetusto, di stanco, di affaticato, che porta con sé le occhiaie, acciacchi, che implica esperienza, conoscenza del mondo, magari anche autorevolezza, tutte caratteristiche che non si possono certo ritrovare in un bambino.
Per contro, si potrebbe obiettare, se uno scegliesse solo i nomi che stanno bene sugli infanti, la rosa dei nomi s'impoverirebbe notevolmente, senza contare che poi magari questi nomi finiscono per stonare una volta adulti. Forse sì.
Ma resto dell'idea che sia meglio preservare l'infanzia.
Date un nome giovane e fresco a chi viene al mondo.
giovedì 24 novembre 2016
Coscienza critica
Per quanto uno possa cercare, non troverà mai un più grande rompicoglioni dell'elettore di sinistra italiano. Quando dico sinistra intendo quella che è esistita fino agli anni Novanta del secolo scorso, l'unica che potesse definirsi in qualche modo erede del PCI. Non è una coincidenza che abbiano sempre patito enormemente le crisi di governo, perché non appartiene alla loro cultura né il concetto di voto utile né quello di voto di appartenenza, per il quale si segue compatti lo schieramento.
United we stand, divided we fall.
Devono avere fatto un po' di confusione al riguardo.
Nonostante tutti i limiti e i problemi che questa eccessiva libertà di pensiero comporti, il principio tacito non è mai stato messo in discussione, contrariamente a quanto è accaduto con i rivali storici, che si sono sempre presentati compatti come una corazzata, pronti a difendere la loro posizione anche una volta esaurite le munizioni, ossia le argomentazioni, ma persino in totale assenza di queste.
Senza che ciò comporti in qualche maniera un'adesione alle proposte politiche della sinistra, ho sempre trovato preferibile questo modello; in molti lo criticano definendolo perdente, e la storia dà loro ragione. L'alternativa, però, m'inquieta: ricordo com'era il centrodestra di un tempo e lo rivedo nei grillini di oggi, con la medesima sensazione di turbamento di fondo. Ribadisco, non per le singole posizioni espresse, quanto per la totale e acritica adesione.
Sarà che sono stato influenzato dalla lettura di 1984 quando avevo quattordici-quindici anni, per cui tutta la mia vita sarà dedicata ad evitare che si finisca in un sistema del tipo delineato nel libro, però il pensiero unico mi ha sempre fatto paura, per un motivo molto semplice: proviene da una persona sola, cui gli altri in qualche maniera concedono l'esclusiva. Questa persona detta la linea e tutti gli altri dietro, senza che vi sia un minimo di coscienza o volontà nell'adesione. All'inizio può ancora andar bene, perché si comincia col propugnare tesi piuttosto morbide, il problema è che dopo, di solito, si passa a stronzate galattiche e spesso pericolose.
United we stand, divided we fall.
Devono avere fatto un po' di confusione al riguardo.
Nonostante tutti i limiti e i problemi che questa eccessiva libertà di pensiero comporti, il principio tacito non è mai stato messo in discussione, contrariamente a quanto è accaduto con i rivali storici, che si sono sempre presentati compatti come una corazzata, pronti a difendere la loro posizione anche una volta esaurite le munizioni, ossia le argomentazioni, ma persino in totale assenza di queste.
Senza che ciò comporti in qualche maniera un'adesione alle proposte politiche della sinistra, ho sempre trovato preferibile questo modello; in molti lo criticano definendolo perdente, e la storia dà loro ragione. L'alternativa, però, m'inquieta: ricordo com'era il centrodestra di un tempo e lo rivedo nei grillini di oggi, con la medesima sensazione di turbamento di fondo. Ribadisco, non per le singole posizioni espresse, quanto per la totale e acritica adesione.
Sarà che sono stato influenzato dalla lettura di 1984 quando avevo quattordici-quindici anni, per cui tutta la mia vita sarà dedicata ad evitare che si finisca in un sistema del tipo delineato nel libro, però il pensiero unico mi ha sempre fatto paura, per un motivo molto semplice: proviene da una persona sola, cui gli altri in qualche maniera concedono l'esclusiva. Questa persona detta la linea e tutti gli altri dietro, senza che vi sia un minimo di coscienza o volontà nell'adesione. All'inizio può ancora andar bene, perché si comincia col propugnare tesi piuttosto morbide, il problema è che dopo, di solito, si passa a stronzate galattiche e spesso pericolose.
mercoledì 23 novembre 2016
Alex l'ariete
Non esiste, nel mondo, un vero e proprio concetto di giustizia. Nemmeno di meritocrazia.
Diversamente, come sarebbe possibile vedere ancora in giro Alberto Tomba e Michelle Hunziker, dopo che hanno fatto Alex l'ariete?
Guardare per credere
Diversamente, come sarebbe possibile vedere ancora in giro Alberto Tomba e Michelle Hunziker, dopo che hanno fatto Alex l'ariete?
Guardare per credere
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