Era il titolo di un programma televisivo di Peter Griffin e mi è parso fosse calzante per il contenuto odierno, del quale preciso di non andare estremamente fiero perché è poco di più di uno Striscia la Notizia in salsa radical, ma siccome ho ripreso a tormentare i tasti e appesantire i server svuotandoci dentro i miei pensieri, posso finalmente togliermi questo peso che mi assilla dalle due alle tre volte al giorno.
Uno dice vado all'estero, dove tutto funziona meglio.
Uno dice vado nel Nord Europa, stipendi più alti, qualità della vita migliore, servizi più efficienti.
Sì, no, forse, boh, stigatti.
Tutto è inutile se ci si ritrova sbigottiti dinanzi al totale fallimento di un oggetto che la società occidentale ci impone di usare su base quotidiana.
Voglio dire, è comprensibile che uno torni nella madrepatria e decida di portare nel Nord alcune cibarie che non si trovano, funziona così a tutte le latitudini e sarebbe scorretto stupirsene. Magari anche uno o due prodotti che si possono reperire a prezzi sensibilmente più bassi, perché no. Del resto, se uno ha sempre cercato di camuffare i propri olezzi con uno specifico deodorante e non è in grado di acquistarlo all'estero, pare del tutto legittimo che ne faccia scorte quando ne ha la possibilità. Ma sto divagando, quantunque anche questo esempio sia tratto da una commovente storia vera.
D'accordo riempirsi la valigia di cibarie, questo era l'assunto. E di deodoranti, corollario.
Quello che invece risulta grottesco è che si renda necessario, leggasi bene necessario, n-e-c-e-s-s-a-r-i-o, non dipendente dunque dalla volontà bensì imprescindibile, fare incetta di spazzolini da denti.
Non stiamo parlando di prodotti di alta tecnologia signore e signori della Corte, ci riferiamo anzi proprio ai simpatici spazzolini ogni tanto reclamizzati in tv e che costano una (ridotta) manciata di euri in qualsiasi supermercato, tendenzialmente in prossimità delle casse.
Sono qui per affermare, dopo aver prestato giuramento sulla Costituzione e sul Signore degli Anelli di dire la verità, solo la verità e nient'altro che la verità, che gli spazzolini in Olanda fan cacare. Ebbene sì, ho detto cacare e non cagare, un omaggio a Nanni Moretti. Dall'allievo al Maestro.
Perdono le setole in continuazione, sin dal primo lavaggio.
Anzitutto mi risulta incomprensibile che qualche associazione di consumatori non se ne sia lamentata e non ne abbia fatto un caso di rilevanza nazionale con scioperi e interruzione dei pubblici servizi.
In aggiunta, vorrei capire se questi trovano divertente lavarsi i denti e dover continuamente estrarre dalla bocca questi filini di plastica che si sono staccati e albergano tra molari e palato o sotto la lingua.
Sarà mica che tutto il latte che ho bevuto e che continuo a bere mi ha trasformato in una creatura da dei poderosi denti a sciabola? A quel punto tanto vale farci dei soldi, potrei diventare youtuber e scalare la vetta della fama globale pubblicando contenuti in cui divello innocenti spazzolini con sdegnosa e spietata furia. Ipotesi comunque da non scartare.
Si tenga da ultimo presente, e con questo mi accingo a concludere, signore e signori della corte, che all'apparenza questi strumenti per il lavaggio dei denti e della cavità orale non presentano alcuna difformità con quelli che si potrebbero trovare dappertutto. Passi uno, sarà un caso. Passi due, sarà sfiga. Al terzo si fa una risata perché - mannaggia - capitano tutte a me, con occhiolino alla telecamera e democristo sorriso sornione di chi è in grado di affrontare le asperità della vita con italico buonumore. Il quarto però legittima reazioni violente, danneggiamenti alle proprietà altrui e sinanco lesioni aggravate a danno di minori.
Non basterà a fermarci, andremo avanti fino alla verità.
O quantomeno fino alla prossima gita in Italia, quando riempiremo una valigia di spazzolini.
lunedì 8 giugno 2020
domenica 7 giugno 2020
Ricominciare
L'errore è stato smettere di scrivere.
Ho sempre sostenuto che lo facessi per me e per nessun altro, cosa peraltro vera per molti anni. Aveva semplicemente effetti benefici, al pari del cucinare. La differenza che passa tra nutrirsi di qualche piatto pronto e cucinare - foss'anche una semplice pasta in bianco - è la stessa che intercorre tra lasciare i propri pensieri sciolti e penzolanti e fissarli su qualsivoglia supporto, che obbliga a rivederne la forma e il contenuto.
Prender cura di se stessi è cruciale e si esteriorizza in tanti piccoli gesti, dalla doccia agli oggetti di uso quotidiano che semplicemente ci piacciono e ci appagano. Smettiamo mai di lavarci? Smettiamo mai di comprare capi di abbigliamento di nostro gusto? E allora perché dovremmo mai smettere di scrivere? O meglio, perché dovrei.
Il declino è iniziato quando quello che doveva essere uno scherzetto e un passatempo, nulla più, ha preso troppo piede e si è trasformato nella quotidianità visto il suo straripante successo. Al pari di un'enoteca che scopre di poter triplicare i guadagni servendo shottini di vodka direttamente dalle procaci tette della barista, ho ceduto alla troppo facile tentazione della notorietà. Effimera gloria. Di lì in poi è stato facile annoiarsi, cambiare completamente, salvo rendersi conto ad anni di distanza che si è perso tanto, forse troppo. Già non faccio foto. Almeno, una volta lasciavo delle parole che potevo consultare affinché riportassero a galla i ricordi che sfuggono alla prima linea di difesa della memoria. Non avrebbe senso mettersi ora a fare una retrospettiva (sperando sia la parola giusta, non ne ho idea), preferisco puntare a un lento recupero.
Visto da qua, da qua sotto, dall'inizio, ricorda quando per la prima volta mi allacciai le scarpe puntando a una maratona. Quel momento non l'ho cristallizzato, mi rendo conto solo mentre scrivo che è esistito, ma per forza a un certo punto devo aver maturato quella decisione e di conseguenza la corsa successiva è stata la prima pietruzza verso una massacrante impresa. Non corro da mesi. Coincidenze? Non credo.
Son tutti capaci a farsi una sgambata o a scrivere un post, ma a parte l'ovvia considerazione per cui dipende anche da come lo fai e da come lo termini, è la lunga distanza a far la selezione. All'orizzonte non compaiono maratone di scrittura né niente di simile, ma sarebbe già qualcosa ritrovare fluidità nello stile e, soprattutto, il piacere nel farlo, il piacere nel gesto. A chi volesse obiettare che è la quintessenza dell'autocompiacimento, una sorta di masturbazione del proprio encefalo, si potrebbe solo rispondere che ha trovato le parole perfette per incorniciare questo impegno.
Ho sempre sostenuto che lo facessi per me e per nessun altro, cosa peraltro vera per molti anni. Aveva semplicemente effetti benefici, al pari del cucinare. La differenza che passa tra nutrirsi di qualche piatto pronto e cucinare - foss'anche una semplice pasta in bianco - è la stessa che intercorre tra lasciare i propri pensieri sciolti e penzolanti e fissarli su qualsivoglia supporto, che obbliga a rivederne la forma e il contenuto.
Prender cura di se stessi è cruciale e si esteriorizza in tanti piccoli gesti, dalla doccia agli oggetti di uso quotidiano che semplicemente ci piacciono e ci appagano. Smettiamo mai di lavarci? Smettiamo mai di comprare capi di abbigliamento di nostro gusto? E allora perché dovremmo mai smettere di scrivere? O meglio, perché dovrei.
Il declino è iniziato quando quello che doveva essere uno scherzetto e un passatempo, nulla più, ha preso troppo piede e si è trasformato nella quotidianità visto il suo straripante successo. Al pari di un'enoteca che scopre di poter triplicare i guadagni servendo shottini di vodka direttamente dalle procaci tette della barista, ho ceduto alla troppo facile tentazione della notorietà. Effimera gloria. Di lì in poi è stato facile annoiarsi, cambiare completamente, salvo rendersi conto ad anni di distanza che si è perso tanto, forse troppo. Già non faccio foto. Almeno, una volta lasciavo delle parole che potevo consultare affinché riportassero a galla i ricordi che sfuggono alla prima linea di difesa della memoria. Non avrebbe senso mettersi ora a fare una retrospettiva (sperando sia la parola giusta, non ne ho idea), preferisco puntare a un lento recupero.
Visto da qua, da qua sotto, dall'inizio, ricorda quando per la prima volta mi allacciai le scarpe puntando a una maratona. Quel momento non l'ho cristallizzato, mi rendo conto solo mentre scrivo che è esistito, ma per forza a un certo punto devo aver maturato quella decisione e di conseguenza la corsa successiva è stata la prima pietruzza verso una massacrante impresa. Non corro da mesi. Coincidenze? Non credo.
Son tutti capaci a farsi una sgambata o a scrivere un post, ma a parte l'ovvia considerazione per cui dipende anche da come lo fai e da come lo termini, è la lunga distanza a far la selezione. All'orizzonte non compaiono maratone di scrittura né niente di simile, ma sarebbe già qualcosa ritrovare fluidità nello stile e, soprattutto, il piacere nel farlo, il piacere nel gesto. A chi volesse obiettare che è la quintessenza dell'autocompiacimento, una sorta di masturbazione del proprio encefalo, si potrebbe solo rispondere che ha trovato le parole perfette per incorniciare questo impegno.
martedì 29 ottobre 2019
Avere quell'età
Lascerei volentieri da parte la retorica dei trent'anni. Cambierebbe poco se uno ne avesse ventinove o trentuno, invece sono proprio trenta e si portano dietro un evitabile carrozzone di banalità già ruminate da chiunque, finendo per aggravare una situazione che di per sé non è certamente idilliaca.
Ti guardi intorno e non c'è niente.
Cena da solo in casa. La coinquilina agli allenamenti, tornerà fra un'oretta. L'amico che stai ospitando fuori con la fidanzata probabilmente, del resto lui è Gastone Paperone: più s'impegna a far plateali cazzate, più la sorte gli risponde baciandolo in fronte. Confronto impietoso.
Gli oggetti che ti circondano sono estranei, nessuno ti appartiene. Che cos'hai, cosa possiedi? Una mazza di niente. Lo zainetto sulla sedia, che ti fissa come il commensale che non c'è. Cos'altro? Un paio di ciotole per la colazione, carabattole. Nulla che non si possa spostare con due buste capienti.
Trent'anni e non hai ottenuto nulla.
Ci sono parole che sono precluse: mutuo, automobile, stabilità, vacanze.
Dicono però che la felicità non si misura dai beni materiali, bensì da quello che si prova dentro. Benissimo, scrutiamo dentro l'iphone allora (pure quello trasmesso dalla generosa materna figura). Una notifica di whatsapp galleggia, un pallino rosso su sfondo verde. E non la vuoi aprire. Il vaso di Pandora dell'infelicità, l'unica grande scommessa della tua vita. Ne hai perse altre, e dolorose, però insomma questa fa ancora più male perché era l'architrave emotivo del futuro, quella su cui si sarebbe potuto costruire qualcosa. Non solo un punto di fuga infinito verso cui tendere, ma qualcosa che lentamente si sarebbe potuto trasformare in una pietra angolare.
Invece no, una nota vocale di un minuto e cinque secondi per azionare lo sciacquone sugli ultimi quattro anni e mezzo della tua esistenza sentimentale. Non bastasse, si tratta del copione già recitato infinite volte da altre comparse, con tanto di modi e tempi verbali. Variano la scelta lessicale, bontà loro.
Per di più, sapevi che sarebbe andata a finire così. Quella razionalità che mai ti abbandona lo aveva suggerito, ti aveva permesso di vedere chiaramente che non poteva esservi un esito diverso.
Troppo tardi per lanciarsi giù dal treno, tanto vale schiantarcisi insieme.
Per rimanere in ambito ferroviario, la metafora del convoglio che passa sopra non sarebbe calzante: più azzeccato dire che staziona su di te, senza darti la possibilità di vedere null'altro al di fuori dei suoi pistoni e dei cavi neri che scorrono sotto i vagoni.
Torna proprio lei, quella sensazione già provata tante volte ma nascosta dietro improbabili e palliative scuse. Se si aprisse il messaggio e si rispondesse, non sarebbe diverso da mettere un nastro dal passato che copincolla quelle mille conversazioni già avute, tutte terribilmente uguali per contenuti ma soprattutto per esito. Più tragico di un'opera, più sadico di un finale di stagione di Grey's Anatomy.
Doveva rappresentare la diversità, la rottura col passato ed i suoi schemi, la liberazione, l'evasione da questa società. Fallimento totale, peggio di quando Mihajlovic cercò di vincere un derby cambiando tre giocatori nello stesso momento e prendendo gol all'azione dopo.
I più nobili e fini pensatori farebbero a questo punto notare che domattina sorgerà comunque il sole su questo mare pieno di pesci chiamato mondo ricco e fecondo di opportunità. Purtroppo costoro ignorano il treno che alberga sopra di te e che impedisce il godimento di questa valle incantata.
Ricomincerà tutto col sorgere del sole, una giornata di lavoro con obiettivi da portare a termine, una valigia da preparare e qualche altra cazzata sparsa qua e là. Tutto questo si farà.
Ma per quello che davvero conta, per quello che dovrebbe darti la felicità, dove cazzo si trova la forza?
E se fosse davvero tutto finito?
Ti guardi intorno e non c'è niente.
Cena da solo in casa. La coinquilina agli allenamenti, tornerà fra un'oretta. L'amico che stai ospitando fuori con la fidanzata probabilmente, del resto lui è Gastone Paperone: più s'impegna a far plateali cazzate, più la sorte gli risponde baciandolo in fronte. Confronto impietoso.
Gli oggetti che ti circondano sono estranei, nessuno ti appartiene. Che cos'hai, cosa possiedi? Una mazza di niente. Lo zainetto sulla sedia, che ti fissa come il commensale che non c'è. Cos'altro? Un paio di ciotole per la colazione, carabattole. Nulla che non si possa spostare con due buste capienti.
Trent'anni e non hai ottenuto nulla.
Ci sono parole che sono precluse: mutuo, automobile, stabilità, vacanze.
Dicono però che la felicità non si misura dai beni materiali, bensì da quello che si prova dentro. Benissimo, scrutiamo dentro l'iphone allora (pure quello trasmesso dalla generosa materna figura). Una notifica di whatsapp galleggia, un pallino rosso su sfondo verde. E non la vuoi aprire. Il vaso di Pandora dell'infelicità, l'unica grande scommessa della tua vita. Ne hai perse altre, e dolorose, però insomma questa fa ancora più male perché era l'architrave emotivo del futuro, quella su cui si sarebbe potuto costruire qualcosa. Non solo un punto di fuga infinito verso cui tendere, ma qualcosa che lentamente si sarebbe potuto trasformare in una pietra angolare.
Invece no, una nota vocale di un minuto e cinque secondi per azionare lo sciacquone sugli ultimi quattro anni e mezzo della tua esistenza sentimentale. Non bastasse, si tratta del copione già recitato infinite volte da altre comparse, con tanto di modi e tempi verbali. Variano la scelta lessicale, bontà loro.
Per di più, sapevi che sarebbe andata a finire così. Quella razionalità che mai ti abbandona lo aveva suggerito, ti aveva permesso di vedere chiaramente che non poteva esservi un esito diverso.
Troppo tardi per lanciarsi giù dal treno, tanto vale schiantarcisi insieme.
Per rimanere in ambito ferroviario, la metafora del convoglio che passa sopra non sarebbe calzante: più azzeccato dire che staziona su di te, senza darti la possibilità di vedere null'altro al di fuori dei suoi pistoni e dei cavi neri che scorrono sotto i vagoni.
Torna proprio lei, quella sensazione già provata tante volte ma nascosta dietro improbabili e palliative scuse. Se si aprisse il messaggio e si rispondesse, non sarebbe diverso da mettere un nastro dal passato che copincolla quelle mille conversazioni già avute, tutte terribilmente uguali per contenuti ma soprattutto per esito. Più tragico di un'opera, più sadico di un finale di stagione di Grey's Anatomy.
Doveva rappresentare la diversità, la rottura col passato ed i suoi schemi, la liberazione, l'evasione da questa società. Fallimento totale, peggio di quando Mihajlovic cercò di vincere un derby cambiando tre giocatori nello stesso momento e prendendo gol all'azione dopo.
I più nobili e fini pensatori farebbero a questo punto notare che domattina sorgerà comunque il sole su questo mare pieno di pesci chiamato mondo ricco e fecondo di opportunità. Purtroppo costoro ignorano il treno che alberga sopra di te e che impedisce il godimento di questa valle incantata.
Ricomincerà tutto col sorgere del sole, una giornata di lavoro con obiettivi da portare a termine, una valigia da preparare e qualche altra cazzata sparsa qua e là. Tutto questo si farà.
Ma per quello che davvero conta, per quello che dovrebbe darti la felicità, dove cazzo si trova la forza?
E se fosse davvero tutto finito?
lunedì 1 ottobre 2018
L'inutilità
Poco più che insapore (ma proprio perché sono generoso), potrebbe avere una qualche funzione se mantenuto intero, invece viene pure tagliato. Infesta qualsiasi tipo di piatto e, tendenzialmente, se ne abusa laddove non si sa cucinare. Fuori discussione che si tratti di una coincidenza.
lunedì 3 settembre 2018
Conoscersi
Attenzione, indovinello di quelli vecchio stile, dove non si richiede di individuare una parola bensì un perifrasi, poiché la nostra lingua è sprovvista di un apposito lemma. O meglio, esiste un vocabolo che è chiaramente il perno di questo concetto, tuttavia non è sufficiente ad esaurirlo. Trattasi dunque di una situazione che accade in varie circostanze e che può pertanto presentare alcune variabili di tempo e luogo, ma ha dei caratteri ben definiti quanto alle condizioni psico-fisiche di chi la vive. Causa un forte imbarazzo che richiede goffi, ancorché indispensabili, tentativi di camuffamento. Il lato tragico è la sua ineluttabilità, nel senso che si è costretti a subirla senza poter fare molto al riguardo, nonché il fatto che spunta quando il nostro fisico sta già mandando segnali di disagio.
Ovviamente, come avranno ben capito i più scaltri e callidi, non può capitare proprio a chiunque.
Ovviamente, come avranno ben capito i più scaltri e callidi, non può capitare proprio a chiunque.
sabato 1 settembre 2018
Non ci son più le mezze stagioni
Vi è un solo ed unico posto al mondo, anche se qualcuno potrebbe obiettare che non si trova proprio sulla Terra, dov'è bello e soleggiato per ben trecentosessantacinque giorni all'anno. Trecentosessantasei nei bisestili.
sabato 30 giugno 2018
Inelegante
[a seguito di uno scambio di battute tra me e un amico sulle misure dei nostri rispettivi apparati riproduttivi]
Ragazza presente: "Non capisco proprio l'ossessione che avete voi maschi per i piselli"
Amico: "Oh, noi invece conosciamo bene la vostra".
Sipario.
Ragazza presente: "Non capisco proprio l'ossessione che avete voi maschi per i piselli"
Amico: "Oh, noi invece conosciamo bene la vostra".
Sipario.
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